Casa dolce casa? Attenzione a ciò che respiriamo

Purificazione

Quando si parla di inquinamento, i pensieri vanno subito alle ciminiere delle fabbriche e ai tubi di scappamento degli autoveicoli, ma la realtà è che molto spesso le concentrazioni di inquinanti sono maggiori all’interno, negli ambienti chiusi. Quelli dove trascorriamo la maggior parte del nostro tempo, cioè case, scuole, luoghi di lavoro. Il problema ha un nome noto – inquinamento indoor – e le sue conseguenze, in termini di salute, possono essere molto gravi: l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che l’esposizione ad ambienti chiusi inquinati è responsabile di circa 4 milioni di morti l’anno in tutto il mondo, oltre all’insorgenza di una serie di sintomi e disturbi tra cui dermatiti, fastidi agli occhi e alla gola, tosse, mal di testa, spossatezza, nausea, che nel complesso prendono il nome di “sindrome dell’edificio malato”. Le sostanze responsabili sono principalmente formaldeide, benzene, ossido di azoto, particolato, radon, e derivano per lo più dalla combustione (impianti di riscaldamento e cottura dei cibi), dai prodotti usati per la pulizia, dai deodoranti usati per profumare gli ambienti, da vernici e truciolato dei mobili e (nel caso del radon) dalle emissioni naturali del sottosuolo. La questione è nota da tempo alla comunità scientifica, e sono ormai tanti gli studi che hanno cercato di valutare e quantificare gli effetti dell’esposizione all’inquinamento indoor: ultimo in ordine di tempo, un lavoro appena pubblicato dagli esperti della Texas A&M University School of Public Health sulla rivista Atmosphere, che oltre a ribadire la pericolosità del respirare aria malsana in ambienti chiusi hanno anche evidenziato come il problema sia più grave nelle abitazioni private rispetto agli uffici, il che di questi tempi, in cui una fetta consistente della popolazione si ritrova a lavorare a casa per effetto delle restrizioni dovute alla pandemia da CoViD-19, diventa un problema particolarmente urgente.

Smartworking e inquinamento indoor

Lo studio appena pubblicato è un lavoro pilota che gli autori hanno deciso di intraprendere, per l’appunto, per valutare gli effetti del lockdown e dello smart working sulla salute pubblica, in particolare in riferimento al problema dell’inquinamento indoor. Per analizzare la questione, gli scienziati hanno misurato la qualità dell’aria indoor in un ufficio e nelle abitazioni delle persone che vi lavoravano, a intervalli di tempo regolari, in particolare tra maggio e giugno del 2019 e tra giugno e settembre del 2020, e hanno quindi incrociato questi dati con lo stato di salute degli occupanti degli stessi individui. In particolare, hanno utilizzato diversi sensori per collezionare informazioni sulla temperatura dell’aria, sull’umidità relativa e sulla concentrazione di composti organici volatili (volatile organic compounds, o Voc), che si raccolgono principalmente nei tappeti e sono emessi da mobili e vernici, di polveri sottili (Pm2.5, ossia le particelle in sospensione più piccole, il cui diametro è inferiore a 2,5 micron e che pertanto sono particolarmente pericolose, in quanto in grado di penetrare in profondità nelle vie aeree), di muffe e di altre sostanze chimiche. Contemporaneamente, gli scienziati hanno anche raccolto dati relativi alla qualità dell’aria all’esterno (nei dintorni delle abitazioni e dell’ufficio), e in particolare temperatura e concentrazioni di particolato, sfruttando il database della Texas Commission on Environmental Quality; infine, hanno chiesto ai partecipanti allo studio di compilare un questionario in cui veniva loro chiesto di descrivere quantitativamente la presenza di sintomi come occhi secchi, arrossati o umidi, naso che cola, pelle secca o pelle irritata, valutandoli su una scala che andava da “nessun sintomo” a “soffro questo sintomo tutti i giorni”. I partecipanti vivevano tutti in abitazioni monofamiliari con impianto di aria condizionata centralizzato, e sono stati scelti in modo che nessuno di essi (né dei loro coinquilini) fumasse o fosse a contatto, per lavoro, con materiali pericolosi, in modo da escludere dallo studio eventuali fattori confondenti.

Polveri sottili oltre la soglia di sicurezza

I risultati: le concentrazioni di polveri sottili, a quanto pare, sono “significativamente maggiori” nelle case private che non negli uffici, e i livelli di polveri sottili riscontrati nelle case private sono molto più alti della soglia di sicurezza di un ambiente lavorativo sano. Stesso discorso per i composti organici volatili, presenti in maggior concentrazione nelle abitazioni rispetto agli uffici, anche se – fortunatamente – a livelli inferiori alle soglie di sicurezza. E infatti – a rimarcare, se non un nesso di causalità, quanto meno una correlazione sospetta – la frequenza dei sintomi è risultata essere maggiore per chi lavorava da casa. Dati importanti che sottolineano ancora una volta la necessità di misurare i diversi inquinanti presenti nelle nostre case in modo tale da prendere le giuste contromisure.

Le altre evidenze

Come già accennato, sono diversi gli studi che puntano il dito contro l’inquinamento indoor: un lavoro condotto nel 2016 negli Stati Uniti da un gruppo di ricercatori della George Washington University, per esempio, ha identificato 45 diverse sostanze chimiche dannose sospese nel 90% dei campioni di polvere prelevati dalle abitazioni esaminate. Si tratta soprattutto di ftalati e fenoli (correlati a problemi di infertilità, soprattutto maschile, e potenzialmente cancerogeni) e florurati, pericolosi per l’apparato digerente e per il sistema nervoso. Un problema che ha costi non indifferenti in termini di salute pubblica e che è particolarmente pressante anche in Italia: l’Istituto superiore di sanità, per esempio, nel 2017 stimava in 200 milioni di euro l’anno i costi sanitari delle patologie legate all’inquinamento indoor. Oggi, probabilmente, con il confinamento delle persone nelle proprie abitazioni, sono molti di più.

Cosa fare?

Il primo passo è il monitoraggio. Conoscere il nemico che si ha davanti è la prima forma di prevenzione. Una delle principali strategie adottate da sempre per ridurre la concentrazione di inquinanti è quella di arieggiare la casa. Un metodo sì importante che non deve però farci dimenticare che anche questa azione porta con sé dei limiti non indifferenti. Il primo riguarda il risparmio energetico: sia in inverno sia in estate, il cambio dell’aria comporta un dispendio energetico per riportare la temperatura a livello desiderato. Nella stagione più fredda occorrerà fornire maggiore energia per riscaldare, in quella più calda maggiore energia nei condizionatori per abbassare la temperatura. Non solo, l’altro problema legato al cambio dell’aria riguarda la condensa che si può formare quando l’aria più calda dalle stanze limitrofe incontra quella più fredda dell’ambiente arieggiato. La condensa può infatti dare origine allo sviluppo delle spore di muffa. Ecco perché tenere sotto controllo costantemente temperatura, quantità di anidride carbonica, umidità, polveri sottili e gas radon è di fondamentale importanza per una casa più sana e una vita in salute.

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